Incontro con Ivo Saglietti


Pp. Ghisetti

 

 

 


Incontro Ivo Saglietti reduce da un viaggio in Siria e nel Kurdistan irakeno: posti che incutono timore e rispetto reverenziale, sapendo quali tragedie stanno martoriando questi paesi. Tuttavia Ivo mi rassicura, raccontandomi che tutto è andato bene e mostrandomi alcune bellissime fotografie, eseguite in digitale appositamente su richiesta del committente, sapientemente costruite, che purtroppo non posso riprodurre, tranne  un paio, per motivi di copyright. Sono immagini di grande naturalezza, da amico più che da reporter.

La comunicazione con Ivo risulta cordiale, anche se inizialmente può apparire burbero, ma si tratta di un momento, ed insieme riviviamo alcuni momenti della sua formazione fotografica.

Dopo un inizio nel mondo del cinema come aiuto operatore, per la produzione di documentari a Torino, Ivo decise che la fotografia era il suo elemento e volle partire subito col massimo: Leica M3 con Summicron 50/2!

Si tratta di una macchina che, acquistata usata per 200.000 Lire nella metà degli anni Settanta, Ivo possiede ancora. Mi parla della silenziosità dello scatto e del magnifico mirino, che permette di entrare nella scena inquadrata in modo diretto e naturale, costringendoti a ragionare e non a subire, diversamente che da una reflex, con tutti i suoi rimandi ottici.

Sono queste considerazioni che ho sentito fare da molti fotografi o anche da semplici appassionati, ma è gradevole sentire da uno dei più noti fotoreporter del mondo che in fondo la scelta di una Leica M3 non è mai sbagliata.

Mi racconta anche un simpatico aneddoto legato all’acquisto della macchina: caricata a fatica la pellicola, il giovane Ivo tentò ripetutamente di scattare, senza alcun risultato. Solo tornando al negozio che gliela aveva venduta scoprì che la sua M3 apparteneva alla prima serie costruttiva, detta appunto Due Colpi ( o Double Stroke, in inglese) e abbisognava pertanto di un doppio movimento della leva di carica!

Anche per i grandi fotografi vale la regola che occorre partire dal primo gradino!

Sul Summicron mi dice solo: stupendo, e credo che basti questo!

Poi successivamente sono arrivate la M6 e la M7: me le mostra in tutta la loro ruvida operatività. La M6 molto segnata, specie nel carter superiore, esibisce le conseguenze delle avventure in Libano, Benin e  Centroamerica, mentre la M7 è mascherata con pezzi di nastro adesivo sui due loghi, e  la rotella del vano batteria è bloccata da un pezzetto di scotch. L’ottica più congeniale e preferita da Ivo è il Summicron 35mm, di cui possiede la versione Asferica, e ad una mia precisa domanda, mi conferma che non ha mai sentito la necessità di ottiche luminose, tipo Summilux o Noctilux. Le pellicole sono state per anni le Ektachrome o le Kodakchrome (specie per la rivista Time), quando richieste, mentre per il b/n ha scelto  la TriX, non sempre reperibile con facilità in Italia,  di cui si riforniva a Parigi, dove ha vissuto a lungo. Ivo infatti è sempre stato un uomo dalla doppia cultura, francese e italiana: nato a Tolone, lavora soprattutto  con agenzie francesi e tedesche. In Italia si è appoggiato in passato alla nota Agenzia Contrasto.

Nominato nel 2006 fotografo dell’anno, e vincitore per ben tre volte del premio Word Press Photo, mi mostra una delle immagini vincitrici, che ritrae due dolenti donne mussulmane di Srebrenica  sullo sfondo di decine di bare di vittime del massacro perpretato dalle truppe serbo-bosniache del Gen Mladic. La composizione magistrale con una lama di luce di taglio diagonale, la tragedia suggerita dal numero dei feretri moltiplicato dalla prospettiva, rappresentano una delle sue cifre stilistiche, dove l’emozione per il dramma umano si unisce ad una composizione di grande impatto emotivo e visivo. L'immagine è stata scattata con Leica M6  e Summicron 35/2 Asph.

Parliamo anche di altri corredi usati da Ivo: Nikon ad esempio, poi una pregevole Fuji GW690 6x7, che lo soddisfa per l’enorme negativo (mi mostra alcune splendide riprese in Sardegna), ma di cui critica lo scatto rumoroso, e la classica Hasselblad SWC, usata soprattutto per lavori di architettura.

Parliamo anche di Leica digitali: dopo aver ammirato la mia Monochrome, mi confida che desidererebbe una M9 (di cui non conosceva le problematiche legate al sensore e di cui lo informo), ma che a suo parere possiede prezzi  eccessivamente elevati.

Ivo si rivela entusiasta della compattezza e della silenziosità delle Leica M (una delle quali monta un ottimo Exanon, derivato da un apparecchio Konica, di cui si è liberato, perchè troppo delicato), ne apprezza la facile trasportabilità e confessa che non lo hanno mai tradito.

Come abbiamo visto, si tratta di un’attrezzatura abbastanza semplice, niente di particolarmente sofisticato né nei grandangoli né tantomeno nei teleobiettivi, del tutto assenti, non amati da Ivo alla pari degli zoom. Ivo non ama la postproduzione digitale né il rifilare il negativo in camera oscura: l’inquadratura per lui deve nascere  già  compiuta nell’occhio del fotografo, quanto più possibile naturale, ammesso che questo aggettivo abbia senso in fotografia.

Parliamo naturalmente dei grandi autori che si sono impegnati in reportage sociali, tra cui Dorothea Lange, di cui ha una foto in studio, e di Eugene Smith, che ammira molto, e che, col famoso e commovente lavoro di Minamata, lo ha convinto ad intraprendere la carriera di reporter; ed anche della grande illusione della sua generazione di fotografi, cioè di aver creduto, proprio come Eugene Smith, che la fotografia potesse veramente cambiare la realtà, forse addirittura migliorarla e non solo esibirla.

Al momento del commiato non posso non notare una deliziosa immagine che ritrae un giovanissimo Ivo dai riccioli biondi e sguardo intento e luminoso: chissà che già allora pensasse a come realizzare un reportage!