Incontro con Pepi Merisio

Pp.Ghisetti


L’amico Roberto Bertoni mi ha invitato ad un magnifico ritrovo enogastronomico (quelle che una volta si chiamavano una bella abbuffata!) nella Bassa di Suzzara, in un autentico casale, con la cucina di Achille ricca di sapori genuini, come raramente si ritrovano in città.

Insieme ad alcuni amici, tra cui il prof.Malacarne, esperto della storia di Mantova e dei Gonzaga, il suo fido fotografo Giovannini, e l’amico Briselli, c’era da fare da collante fotografico il noto Maestro Pepi Merisio, fotografo tra i più noti in Italia e all’estero, grazie ai i suoi numerosissimi libri e pubblicazioni.

Pepi Merisio, nato a Caravaggio nel 1931, si è quasi da subito specializzato nel racconto per immagini del popolo della montagna bergamasca, i suoi lavori, i suoi tempi, le condizioni ambientali ed umane in cui questa parte di Italia ha vissuto ed è scomparsa quasi con fastidio ed indifferenza. Il Popolo senza Storia all’interno di un Tempo circolare, in cui le stagioni si ripetevano puntualmente, e che affrontava la vita, la morte, i sacrifici, con un fatalismo e una determinazione, personale e sociale, che spesso lascia sgomenti, specie osservando le condizioni di vita durissime descritte puntualmente da Merisio.

Non si tratta di bozzettismo fotografico, ma di una minuziosa ed approfondita ricerca, durata anni, che ha portato Merisio a conoscere e descrivere ogni aspetto della vita della montagna tra Bergamo e Brescia, senza compiacimenti estetici ma con un bianco e nero preciso, che da vita e dignità a questi personaggi cui nessuno prestava attenzione. Persone che hanno accettato la loro esistenza senza recriminazioni, ma con un orgoglio severo, consci del fatto che, qualunque cosa accadesse, le bestie andavano governate, i campi falciati e il raccolto accudito. Le lamentele, i rimpianti erano lussi inutili.

Il Maestro ci ha parlato a lungo, mentre il Lambrusco scorreva generosamente, anche della sua attrezzatura fotografica: l’Hasselblad è stato il suo cavallo di battaglia preferito, corredata da ottiche come il 60 e il 150mm. Ma anche Leica: dalla IIIf degli anni Cinquanta, alle Leicaflex e ai modelli successivi, con ottiche come il 21 Super Angulon e i vari 35mm.

La costruzione meccanica Leica è sempre stata la chiave del successo dell’apparecchio di Wetzlar, e anche nel caso di Merisio, dalla piccolo Leichetta degli anni Cinquanta ai più ingombranti apparecchi reflex, la possibilità di usare queste macchine senza problemi ha decretato il successo di Leica come inseparabile compagna di Merisio. Col Maestro abbiamo ripercorso la progressiva trasformazione del marchio Leica, verso una serie di prodotti che si potrebbero definire ormai da gioielleria. Invece, proprio per la sua formazione fotografica, si è molto interessato alle caratteristiche della recente Monochrome, un apparecchio che solo Leica si poteva permettere di produrre, e con successo.

Pepi è stato per quindici anni il fotografo privato di Papa Paolo VI: ce lo ha descritto nel privato, e durante i numerosi viaggi, con toni e caratteristiche molto diverse da quelle raccontate dalle cronache d’epoca, che volevano Papa Montini chiuso, riservato e sfuggente. Molto interessanti i numerosi aneddoti che si succedevano nel racconto tra una portata e l’altra (indimenticabile il culatello, direi divino…).

Anche per Roiter, scomparso solo tre giorni prima, Pepi ha avuto un ricordo, più che altro legato ad un libro pubblicato insieme, Viaggio lungo il Po, su progetto di Bertoni, Briselli, Giovannini, che ha visto coinvolti autori come Farri e Berengo-Gardin, e non ha esitato a definire i bianconeri di Fulvio stupendi e stampati magistralmente.

Proprio a proposito di stampe in b/n, ad una mia precisa domanda, mi ha confermato che tutte le stampe del suo primo periodo produttivo sono state effettuate da lui personalmente. Ne presentiamo qui una selezione, tra la sua numerosissima produzione, veramente imponente. Tra cui non possiamo non citare la monumentale opera in tre volumi Terra di Bergamo, con Luigi Chiodi.

La tecnica di Merisio era semplice: si presentava alla gente per quello che era, cioè un fotografo. Veniva accettato ed iniziava a fotografare, magari ritornando più volte sullo stesso soggetto, che, tuttavia, negli anni Settanta, era estremamente evanescente. La civiltà contadina di montagna era inesorabilmente al tramonto e spesso tra un mese e l’altro già si notavano cambiamenti e scomparse insospettabili.

Spesso Merisio ha fotografato un aspetto sociale quasi dimenticato, ma importante: la Morte e i Funerali. La Morte era un fatto ineluttabile ed accettato quasi serenamente, in quanto facente parte di quella circolarità del tempo da cui non si poteva uscire. Un attimo di pausa in cui il Paese o la Famiglia si fermava per un istante, prima di ritornare agli urgenti lavori che non potevano essere rimandati. E poi tante immagini in cui traspare chiaro il contatto con le bestie, diretto e senza mediazioni, compagne di lavoro, di fatica e di sopravvivenza.

Questo mondo, raccontato con verismo puntuale e senza falsa nostalgia, ha decretato il successo anche internazionale di Merisio. Si potrebbe dire l’autenticità: non l’autenticità ricostruita in studio, con flash e pannelli riflettenti, non l’autenticità del neorealismo, recitata e compiaciuta, ma il Vero, semplicemente così come era.

Il Maestro è stato veramente gentile ed affabile: si è parlato di fotografia, di Papi, di Caravaggio pittore (il primo fotografo della storia?) e di molto altro, tra cui alcune osservazioni interessanti sui Tortelli di zucca alla mantovana….

Non poteva mancare anche la montagna, e ho scoperto, con sorpresa, che, oltre ad alcune classiche nelle Dolomiti, il Maestro ha scalato anche il Piz Bernina per il Biancograt e il Pizzo Badile: Chapeau!

Ho avuto il piacere di aver anche autografato un suo libro

Una compagnia colta e gradevole, una giornata stupenda.

Da ricordare.